WINEXPERIENCE: dalla farmacia alla riscoperta di antichi vitigni piemontesi

WINEXPERIENCE: dalla farmacia alla riscoperta di antichi vitigni piemontesi


La Cantina Enrico DruettoWineXperience: Terre Piemontesi

La bellezza della vita contadina apprezzata nell’infanzia, nella casa dei nonni, che diventa scelta di vita. Una vita dettata dai ritmi della natura, dal lavoro manuale, dal susseguirsi delle stagioni. Enrico Druetto, farmacista ma con la passione per l’agricoltura e l’enologia, ha scommesso sul ricordo d’infanzia. “La vita mi ha portato a diventare farmacista di paese – racconta – ma la mia passione è sempre rimasta l’enologia e dal 2010 produco vino nella cantina che fu di mio nonno. La mia è una produzione artigianale, di nicchia, in cui il valore aggiunto è l’estrema cura del processo produttivo seguito personalmente in tutte le fasi”.
Un certo tipo di lavorazione artigianale che non può prescindere da una produzione volutamente limitata. La sua cantina si trova a Cardona, frazione del Comune di Alfiano Natta, situata nell’area collinare del Monferrato fra le città di Asti e Casale. Fulcro della sua attività è la riscoperta di alcuni antichi vitigni, quasi del tutto scomparsi, ma appartenenti alla storia enologica del territorio, come la Slarina e il Baruciat. Un progetto sviluppato in collaborazione con l’Università di Torino.

Nel dicembre 2013 – racconta – ho piantato nuove vigne di Slarina e Baratuciat. Il primo è un vitigno a bacca rossa poco produttivo in grado di dare vini rossi profondi, fruttati e speziati che col tempo sviluppano una particolare sensazione di cenere (in passato il vitigno veniva anche chiamato “cenerina”). Il secondo è un vitigno a bacca bianca dalla maturazione molto tardiva in grado di dare vini bianchi dalla complessità olfattiva stupefacente… sensazioni di rose, pesche bianche di vigna, scorze d’agrumi sono sorretti da una bocca elegante, freschissima”.

La slarina si trovava di solito in mezzo alle vecchie di vigne di Barbera poiché i vecchi contadini lo ritenevano un vitigno “miglioratore” e ottenevano così un vino più completo e armonico. Come il Baratuciat ha una straordinaria resistenza alle malattie fungine e alla siccità. Produce grappoli spargoli con acini piccolissimi che assomigliano a mirtilli. La resa in mosto è bassissima. Il vino che ne deriva ha una ricchezza in estratto secco e tannino che gli permettono di evolvere molto a lungo nel tempo.

Tra quelli che coltivo – continua – la Slarina è il vitigno che più mi affascina. Ogni minima variazione nella maturazione dell’uva, nei tempi di macerazione fra mosto e le bucce o ancora nell’affinamento in botte porta ad espressioni aromatiche molto diverse che variano dalla fioritura dell’iris alle gelatine di frutta, dalla sensazione balsamica a note liquirizia, china, rabarbaro. Una singola annata con vendemmie scalari e affinamenti diversi tra le varie partite può portare ad un vero e proprio caleidoscopio di sfumature. Chi ha la fortuna di venire in cantina e assaggiare il vino dalle varie botti stenta a credere che si tratti della stessa vigna a dare questi risultati. È assolutamente necessario affinare il vino in botti di rovere francese in modo da consentire al vino di esprimersi in tutta la sua complessità fruttata, speziata, balsamica”.

Il baratuciat è invece un vitigno a bacca bianca originario di Almese (comune della bassa Valle di Susa). Ha maturazione tardiva e i grappoli maturi presentano una colorazione rosa/ambra. La vendemmia non è però così semplice: i grappoli non maturano contemporaneamente, sulla stessa pianta se ne trovano di molto maturi, di mediamente maturi e addirittura di verdi; non ci sono alternative se non procedere a vendemmie scalari passando più volte negli stessi filari.

Nel 2020 tra la prima vendemmia e l’ultimi sono intercorsi addirittura 23 giorni. Anche in questo caso, come per la Slarina, a seconda delle partite vinificate si hanno sensazioni gusto-olfattive molto variabili. Entrambi i vitigni hanno caratteristiche organolettiche particolari che li rendono immediatamente riconoscibili già al secondo assaggio ed hanno rischiato l’estinzione a causa  della standardizzazione della coltura della vite e dall’estesa cementificazione di territori vocati. Sono vitigni che non si adattano all’alta meccanizzazione richiesta dai moderni impianti vitivinicoli, hanno una bassa produzione di uva per pianta e una maturazione molto tardiva… tutte caratteristiche che li fanno escludere dalle grandi aziende”.

Enrico Druetto vive la sua produzione vitivinicola come un dovere morale nei confronti di chi lo ha fatto prima di lui. “Ogni cosa che ho, proviene dalla terra che io conosco e coltivo. Spero di lasciarla un giorno più pulita, sana e viva di quella che ho ricevuto”.
E infine una parola la dedica ai tappi che sigillano i suoi vini “Il vino deve evolvere in bottiglia – conclude – io faccio vino che deve durare almeno 10 anni. Nell’interazione con il tappo si prosegue l’evoluzione della botte. Ho fatto delle prove con dei tappi di diversi materiali, ma il vino resta più crudo. Se vuoi un invecchiamento che dà profondità e complessità al vino, è necessario un tappo di sughero. Io adoro il materiale naturale, adoro sentire il legno, il sughero, mi piacciono le cose vere: miei vini non si possono fare senza il sughero”.